Ricercatori spagnoli e svedesi hanno validato un sistema automatizzato e scalabile per l’analisi del sangue, sviluppato da un’azienda giapponese, che permette di sapere con largo anticipo chi svilupperà la malattia di Alzheimer e chi invece non è a rischio.
La possibilità di diagnosticare l’Alzheimer attraverso un semplice esame del sangue è oggi una realtà concreta. Si tratta di una scoperta rivoluzionaria, sviluppata e validata da un team del Barcelonaβeta Brain Research Center (BBRC) – centro di ricerca della Fondazione Pasqual Maragall – in collaborazione con l’Istituto di Ricerca dell’Ospedale del Mar, l’Università di Göteborg e l’Università di Lund, in Svezia.
Alla ricerca hanno partecipato anche l’Ospedale e l’Università di Brescia, in Italia, e i risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Medicine.
Per valutare l’efficacia del biomarcatore, è stato esaminato il sangue di 1.767 persone.
Il gruppo di ricerca aveva già dimostrato in studi precedenti la possibilità di identificare il rischio di Alzheimer in fase preclinica. Ora ha potuto validare un sistema automatizzato di analisi del sangue, chiamato Lumipulse p-tau217, sviluppato dall’azienda giapponese Fujirebio, che consente di stabilire i livelli soglia oltre i quali si può affermare con certezza se una persona svilupperà la malattia o è fuori pericolo.
“Questa scoperta ci permette di determinare chi deve essere sottoposto ad altri test, come la puntura lombare o la PET, e chi invece non necessita di ulteriori accertamenti, poiché consente una diagnosi molto precisa dell’Alzheimer nelle sue fasi iniziali”, spiega il dott. Marc Suárez-Calvet, ricercatore del BBRC e neurologo presso l’Ospedale del Mar.
“Siamo riusciti a stabilire due soglie di riferimento: le persone con livelli del biomarcatore p-tau217 compresi tra questi due limiti dovranno effettuare test aggiuntivi”, ha precisato.
Nonostante l’elevata precisione, il dott. Suárez-Calvet sottolinea l’importanza di interpretare i risultati solo all’interno di un contesto clinico, sempre sotto la supervisione di uno specialista neurologo, e mai come un test isolato.
Inoltre, va ricordato che il 35% dei casi di Alzheimer è attribuibile a fattori di rischio modificabili, tra cui: diabete, ipertensione, obesità, fumo, sedentarietà, depressione, inattività cognitiva, ipoacusia e isolamento sociale.
Lo studio ha mostrato che, nei pazienti provenienti da ospedali, l’analisi automatizzata del biomarcatore nel sangue raggiunge una precisione superiore al 90%, comparabile a quella della puntura lombare.
Per ottenere questi risultati, sono stati considerati anche fattori come le comorbidità (es. diabete, funzione renale) e l’età. L’efficacia è risultata inferiore tra i pazienti provenienti dalla medicina di base e negli over 80.
“I nostri risultati, uniti alla facilità d’uso e di implementazione di questo tipo di test, possono favorire la sua introduzione nella pratica clinica per una diagnosi dell’Alzheimer più accurata”, afferma la dott.ssa Federica Anastasi, ricercatrice del BBRC e coautrice dello studio.
L’analisi dei livelli del biomarcatore fosfo-tau217 può essere effettuata in modo semplice, in qualsiasi laboratorio clinico, rendendo questa tecnica uno strumento accessibile per una diagnosi precoce e più equa, aggiunge il dott. Pablo Villoslada, responsabile del Servizio di Neurologia dell’Ospedale del Mar.
Secondo lo studio, questa nuova metodologia può ridurre significativamente i costi diagnostici, con un risparmio stimato tra il 60% e l’81% rispetto ai metodi attuali.
Questo impatto economico, unito alla sua applicabilità su larga scala, potrebbe democratizzare l’accesso alla diagnosi precoce e, a medio termine, migliorare l’approccio clinico alla malattia. Tuttavia, gli autori precisano che saranno necessari nuovi studi per l’integrazione definitiva nella pratica clinica.

