21 de Maggio de 2024 03:09

All’osservazione di Andy Warhol “In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti”, si dovrebbe aggiungere una conseguenza dovuta alla moltiplicazione dei media

Non più solo giornali, radio e televisione ma social network e dispositivi ciascuno dei quali si comporta come un curatore artistico, o editoriale. Raggruppa le foto per temi e volti, ci ricorda dove siamo stati felici – o riproponendo certe foto in certi giorni e non altre in altri giorni ci induce a pensare che lì (tempo e luogo) lo fossimo – o anche solo dove siamo stati, aggiunge motivi sonori, sceglie, secondo una logica che ci è estranea ma che ha a che fare con qualcosa di sentimentale dunque con una frequenza (la nostra foto più guardata, quella che noi stessi guardiamo di più).

Se amiamo le cose e le persone, d’altronde, ci passiamo il tempo, le nominiamo continuamente. I social network e i nostri dispositivi personali ci musealizzano, creano un racconto, con pezzi supposti autentici, sottolineando non tanto l’importanza della nostra memoria, ma la necessità di una memoria qualsiasi, anche di un altro. Umano o non umano. Come Svetonio, lo storico romano, il telefono e i social ci assicurano che noi c’eravamo, e ci saremo, anche quando non è vero. La memoria rinnova la sua natura di moneta di scambio. Come in certe favole o mitologie, come ne La storia infinita di Michael Ende, la cessione di un ricordo corrisponde a una qualche forma di salvezza, di procrastinazione della fine. È d’altronde evidente che il possesso della memoria e la sua contraffazione siano faccende politiche. La questione contemporanea sopraggiunta mi pare sia che la nostra memoria può finire prima di noi.

Non conserviamo noi la nostra memoria o il nostro archivio. Possiamo accedervi ma non ci appartiene. Ne abbiamo l’usufrutto ma non il possesso. Che forma prende il mondo quando la memoria di tutte le persone potrebbe durare meno delle persone che quella memoria, conscia o inconscia, hanno registrato? Il nostro corpo considerato per ciò che è oggi, nel suo insieme di arti e dispositivi, gangli e circuiti integrati, è geneticamente predisposto a malattie neurodegenerative. Certo, esistevano i diari, gli epistolari, che potevano essere bruciati o finire perduti, ma diari ed epistolari non creavano autonomamente un racconto, sceglievano certi episodi della nostra vita passata per riproporceli, ci chiedevano di ricordare, tra tanti, proprio quel momento. Potevano farlo i biografi e dunque, in questa funzione di selezione e raccordo delle memorie, il dispositivo è persona.

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