UNGHERIA, GENERE FISSATO PER LEGGE: SOLO MASCHIO O FEMMINA
L’Ungheria conferma una delle legislazioni più rigide d’Europa in materia di identità di genere. Nel Paese, per legge, il genere di una persona è riconosciuto esclusivamente come maschile o femminile e resta immutabile per tutta la vita, senza possibilità di rettifica nei documenti ufficiali.
La svolta normativa è arrivata nel 2020, quando il Parlamento ungherese ha approvato una legge che definisce il sesso come “determinato alla nascita sulla base delle caratteristiche biologiche e genetiche”. Da quel momento, ogni possibilità di cambiare genere anagrafico è stata definitivamente cancellata. Nei registri civili, nelle carte d’identità, nei passaporti e in tutti gli atti pubblici, l’unica distinzione ammessa resta quella binaria: maschio o femmina.
Nel 2021 il governo guidato da Viktor Orbán ha ulteriormente rafforzato questa impostazione con una riforma costituzionale. Il testo fondamentale dello Stato stabilisce esplicitamente che “la madre è una donna, il padre è un uomo”, sancendo una visione tradizionale della famiglia e del ruolo dei sessi. La Costituzione afferma inoltre che l’educazione dei minori deve basarsi sui valori cristiani e sull’identità sessuale corrispondente al sesso biologico.
Queste misure hanno avuto un impatto diretto sulle persone transgender e non binarie, che in Ungheria non dispongono di alcun riconoscimento legale. L’impossibilità di modificare i documenti personali comporta difficoltà concrete nella vita quotidiana: dall’accesso al lavoro, alla sanità, fino ai rapporti con la pubblica amministrazione.
La normativa ungherese è stata duramente criticata da organizzazioni internazionali per i diritti umani, ONG e istituzioni europee, che la considerano discriminatoria e in contrasto con i principi fondamentali dell’Unione Europea. Bruxelles ha più volte richiamato Budapest per violazioni dello Stato di diritto, inserendo anche queste leggi nel più ampio confronto politico tra l’UE e il governo ungherese.
Nonostante le pressioni internazionali, l’esecutivo di Orbán difende la propria linea, sostenendo che si tratta di una scelta a tutela della famiglia tradizionale, della stabilità sociale e della sovranità nazionale. Una posizione che continua a dividere l’opinione pubblica europea e che rende l’Ungheria un caso emblematico nel dibattito sul genere e sui diritti civili nel continente.
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