In Svizzera è ufficialmente entrata in vigore la legge che vieta l’uso del burqa e del niqab nei luoghi pubblici. Una norma approvata dalla popolazione tramite referendum nel marzo 2021, che impone il divieto di coprire il volto in spazi accessibili al pubblico, con alcune eccezioni legate a motivi di salute, sicurezza o festività locali.
Il referendum e la svolta legislativa
Con una maggioranza risicata – il 51,2% dei voti – i cittadini svizzeri hanno dato il via libera all’iniziativa popolare promossa dal partito di destra UDC (Unione Democratica di Centro), già autore della controversa campagna contro i minareti del 2009. Il testo referendario non menzionava espressamente il burqa o il niqab, ma il dibattito pubblico si è incentrato soprattutto sull’uso dei veli integrali da parte di alcune donne musulmane.
Dopo l’esito della consultazione popolare, il Parlamento elvetico ha approvato il disegno di legge attuativo, che è entrato in vigore nel 2023. La norma prevede una multa fino a 1.000 franchi svizzeri per chi trasgredisce il divieto.
Cosa prevede il divieto
La legge vieta la “dissimulazione del volto” nei luoghi pubblici, tra cui strade, piazze, mezzi di trasporto, negozi, ristoranti e uffici pubblici. Sono però previste deroghe in caso di:
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esigenze sanitarie (come l’uso della mascherina),
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motivi professionali,
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esigenze di sicurezza,
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manifestazioni culturali e tradizionali, come il carnevale.
Una misura simbolica?
Secondo alcune stime, il numero di donne che indossavano burqa o niqab in Svizzera al momento del referendum si aggirava attorno alle poche decine, su una popolazione di oltre 8 milioni di abitanti. Per questo, molti osservatori hanno definito il provvedimento più simbolico che pratico.
Gli oppositori della legge, tra cui organizzazioni per i diritti umani e associazioni musulmane, l’hanno considerata una forma di discriminazione e un attacco alla libertà religiosa e individuale, oltre che un tentativo di colpire una minoranza estremamente marginale.
Il contesto europeo
La Svizzera si aggiunge così a una lista crescente di Paesi europei che hanno introdotto restrizioni simili, tra cui Francia, Belgio, Paesi Bassi, Austria e Danimarca. Anche in questi casi, i divieti hanno generato accesi dibattiti sul bilanciamento tra libertà individuali, valori civili e sicurezza pubblica.

