Il tecnico toscano e il Napoli dallo scudetto al braccio di ferro. Il portoghese a Roma in aperta polemica con i Friedkin: il Psg dietro l’angolo.
ITALIA. Vincere e dirsi ciao. Conquistare un trofeo che la piazza attendeva da una vita e poi salutare, fra veleni nascosti e dissapori mai sciolti. La storia d’amore di Spalletti con il Napoli ha imboccato una curva pericolosa. Quella di Mourinho con la Roma, anche.
Il mestiere dell’allenatore ha regole chiare: o vinci, sei un fenomeno e resti, oppure perdi e te ne vai. Non in questo caso. Spalletti a Napoli ha conquistato uno scudetto che lui inseguiva da una vita e la città attendeva da 33 anni. De Laurentiis l’ha elogiato: “Un allenatore da studiare”, uno che dovrebbe insegnare il calcio ai ragazzi delle scuole per conto del ministero. Ma la realtà è fatta di contratti: quello di Spalletti è stato stipulato due anni fa, ora scade nel 2024 e il tecnico ha rifiutato la proposta di estenderlo al 2025 a 3,5 milioni più bonus.
José Mourinho ne guadagna fino a 7 netti dai Friedkin: al primo tentativo ha portato alla Roma la Conference League, al secondo l’ha guidata in finale per l’Europa League, per una squadra che dal 2008 non aveva alzato neppure un pezzo minore d’argenteria. Eppure fra la proprietà americane e il portoghese c’è un gelo fatto di silenzi, da una parte, e di punture dall’altra: “Qualche volta ho le mie frustrazioni, ambizioni diverse…”, ha detto spesso, chiedendo alla proprietà incontri mai avvenuti. Pure qui: c’è un terzo anno di contratto. Ma sembra una prigione. Con una finale all’orizzonte, a Budapest contro il Siviglia il 31 maggio.

