Il vertice del 15 agosto in Alaska tra Vladimir Putin e Donald Trump potrebbe svolgersi senza la presenza diretta di Volodymyr Zelensky. Secondo fonti della Casa Bianca citate da NBC, non è escluso che il presidente ucraino sia presente in qualche forma, ma difficilmente parteciperà al faccia a faccia. Trump potrebbe invece coinvolgerlo in un tavolo parallelo, lasciando Kiev fuori dalle trattative principali.
Un’ipotesi che preoccupa il governo ucraino, convinto che un negoziato senza la propria voce possa tradursi in una vittoria strategica per Mosca, mascherata da accordo di pace.
La posta in gioco: risorse da miliardi di dollari
Dietro le ipotesi di “scambio di territori” avanzate da Trump si celano risorse naturali dal valore immenso.
Il Donbass custodisce la più grande riserva europea di manganese e titanio, oltre a uranio, grafite e caolino — materie prime cruciali per l’hi-tech e la green economy.
La regione di Cherson, invece, è uno snodo agricolo e idrico fondamentale: la foce del Dnipro ospita il principale bacino idroelettrico del Paese. Dopo il collasso della diga di Kakhovka nel 2024, il 94% dei sistemi di irrigazione della zona è rimasto senza acqua, con pesanti ricadute anche su Zaporizhzhia e Dnipropetrovsk.
Le richieste di Mosca e la linea di Kiev
Mosca, attraverso il Cremlino, ribadisce la priorità di un incontro bilaterale con Trump, scartando l’ipotesi di un tavolo a tre. Putin punta all’annessione definitiva di Donetsk e Crimea.
Kiev, sostenuta dall’Europa, ha respinto la proposta, avanzando una controfferta che salvaguardi la propria sicurezza e quella del continente.
Come osserva l’ex ufficiale ucraino e analista militare Tatarigami UA, la perdita del Donbass sarebbe non solo un disastro economico, ma anche una ferita simbolica e militare: da undici anni terreno di scontro, è il fianco orientale della NATO e il bastione della rivoluzione di Maidan.
Conseguenze militari e logistiche
Cedere il Donbass significherebbe smantellare chilometri di fortificazioni, aprendo la strada alle truppe russe verso Dnipropetrovsk. La linea ferroviaria Pokrovsk–Kramatorsk–Kostyantynivka potrebbe diventare il corridoio d’assalto verso Dnipro, centro nevralgico della finanza ucraina.
Perdere Cherson, invece, significherebbe rinunciare a una parte consistente della produzione agricola e, soprattutto, alla “guerra dell’acqua”.
Il controllo del Dnipro darebbe a Mosca un’arma strategica per condizionare l’intera economia ucraina.
Il nodo Zaporizhzhia
Nelle ipotesi di pace, un punto ricorrente è la riattivazione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, oggi sotto occupazione russa.
Prima della guerra alimentava non solo l’Ucraina, ma anche parte dell’Europa. Ora servono lavori di sminamento e ricostruzione delle linee di trasmissione, ma resta aperta la questione dei costi: saranno coperti dai beni russi sequestrati o da fondi internazionali?
Come ricorda Tatarigami UA, la Russia ha già “venduto” territori contesi in passato — dalla Transnistria all’Abkhazia, dall’Ossezia del Sud alla Crimea — ma questa volta le implicazioni strategiche e economiche sono di tutt’altra portata.

