Un Conclave in crisi: troppi cardinali e troppo pochi posti, e il regolamento non perdona
Il Conclave che si prepara ad aprirsi entrerà già nella storia, ma non per la sola elezione di un nuovo Pontefice. A turbare l’aria di solennità che aleggia sul Vaticano è un problema tanto concreto quanto imbarazzante: ci sono più cardinali elettori di quanti ne ammetta la legge. Per l’esattezza, 135. Quindici in più rispetto al limite massimo fissato dalla Costituzione apostolica Romano Pontifici Eligendo, che all’articolo 33 parla chiaro: «Il numero dei cardinali elettori non deve superare i 120». Punto. Nessuna clausola, nessun margine d’interpretazione.
Il sovraffollamento, però, non è solo un fatto giuridico: è anche logistico. Le stanze della Casa Santa Marta, usualmente dedicate all’accoglienza dei cardinali durante il Conclave, sono solo 120. Per di più, quelle occupate da Papa Francesco e dai suoi collaboratori restano sigillate e indisponibili fino all’elezione del nuovo Pontefice, come vuole il protocollo. Insomma: non c’è spazio per tutti, né nei regolamenti né nelle camere.
E allora come si è arrivati a questo punto? Papa Francesco, nel corso del suo pontificato, ha nominato un numero di cardinali superiore rispetto al limite previsto, ben consapevole di ciò. La sua scommessa era semplice: il tempo avrebbe risolto il problema, dato che molti dei porporati più anziani erano vicini al traguardo degli 80 anni, età oltre la quale si perde il diritto di voto. Dieci di loro, nati nel 1945, avrebbero lasciato il collegio elettorale entro la fine dell’anno. Il primo è il cardinale spagnolo Carlos Osoro Sierra, che compirà 80 anni il prossimo 16 maggio. A seguire, il guineano Robert Sarah (da sempre su posizioni opposte a quelle di Francesco), il 15 giugno. Poi Stanislaw Rylko, il 4 luglio, e altri sette entro dicembre.
Il piano di Papa Francesco, quindi, era chiaro: il tempo avrebbe riequilibrato il collegio, e magari anche spostato l’asse ideologico del futuro Conclave. Ma la sua uscita di scena – inaspettata e improvvisa – ha sparigliato le carte. E ora, con un Conclave che si avvicina, ci si trova davanti a un paradosso: tutti i cardinali hanno diritto a votare, ma non tutti possono farlo senza rischiare di invalidare il risultato.
La stessa Costituzione apostolica lo ribadisce all’articolo 34, dove si dichiara «nulla e invalida» qualsiasi modifica al corpo elettorale, se fatta arbitrariamente. E non è nemmeno possibile escludere 15 cardinali “a sorte”, perché un altro articolo vieta espressamente l’esclusione di qualunque elettore per scomunica, sospensione o qualsiasi altro impedimento ecclesiastico.
La questione, insomma, è delicatissima. E l’unica via d’uscita sembra passare da un motu proprio firmato dal Collegio dei Cardinali, con cui si potrebbe modificare – in via eccezionale – il tetto dei 120, eliminandolo del tutto o, almeno, sospendendolo per questa elezione. Una forzatura, certo. Ma forse l’unica soluzione realistica per evitare una crisi istituzionale e un’elezione che rischia di essere dichiarata nulla.
Nel frattempo, dietro le quinte, teologi e canonisti si stanno consultando febbrilmente. Perché se la Chiesa è anche custode della Tradizione, oggi più che mai è chiamata a confrontarsi con l’urgenza della realtà.

