LA SINISTRA E I CENTRI SOCIALI SCENDONO IN PIAZZA PER DIFENDERE MADURO — LE MOTIVAZIONI PIÙ SURREALI DELLE PROTESTE
La protesta che ha attraversato piazze e consolati di mezza Italia nelle ultime 48 ore — da Milano a Roma, da Torino a Livorno — non è stata solo un corteo contro gli Stati Uniti ma un autentico concentrato di slogan, teorie e ragionamenti che hanno lasciato molti osservatori perplessi.
Gli organizzatori, compatti, hanno dichiarato che l’intervento militare statunitense in Venezuela sarebbe un atto di “imperialismo” volto a conquistare risorse naturali, come petrolio, gas, terre rare e altri beni strategici. Secondo i manifestanti, insomma, ogni azione degli USA sarebbe automaticamente un complotto per “depredare il mondo”, senza eccezioni né sfumature.
A Roma, davanti all’ambasciata americana, più di qualche partecipante ha incluso nel suo discorso concetti come “attacco coloniale”, “imperialismo millenario” e la convinzione che gli Stati Uniti vogliano sottomettere in blocco tutti i Paesi ricchi di risorse per sempre.
Al di là degli slogan, però, molte delle motivazioni apparse sugli striscioni e nei discorsi raccolti dagli organi di stampa hanno sorpreso per la loro assoluta generalizzazione e semplicità di interpretazione di un conflitto geopolitico complesso:
“Gli USA vogliono il petrolio!” — ripetuto come fosse una verità incontestabile, senza alcun riferimento alla situazione interna venezuelana.
“Difendere Maduro è difendere la libertà!” — nonostante il ventennale degrado politico, economico e sociale del Venezuela sotto il chavismo, denunciato ampiamente da osservatori internazionali.
“Il governo italiano è complice!” — slogan lanciato da gruppi extraparlamentari contro l’esecutivo, accusato di “appoggiare un’aggressione illegale”, pur in un quadro internazionale dove il regime venezuelano non è riconosciuto da numerosi Paesi per irregolarità elettorali e violazioni dei diritti umani.
Non sono mancati i momenti di paradosso ideologico: a Milano, alcuni centri sociali che fino a ieri manifestavano contro altri temi internazionali come il conflitto in Medio Oriente, hanno rapidamente riadattato slogan e simboli per integrarsi nella nuova protesta contro l’intervento USA in Venezuela.
In Parlamento, intanto, le critiche alla posizione del governo italiano hanno assunto toni non meno sorprendenti per alcuni osservatori: mentre esponenti della sinistra istituzionale chiedono fermezza contro gli Stati Uniti e una maggior attenzione al principio di non ingerenza, altri commentatori — tra cui figure europee e analisti internazionali — sottolineano come il regime di Nicolás Maduro sia caratterizzato da gravi violazioni dei diritti umani e repressione interna, non facilmente ricondotto a una semplice narrativa anti-imperialista.
La protesta, insomma, ha messo in luce una contraddizione tipica di molte mobilitazioni contemporanee: l’adozione di narrazioni globali – e spesso semplificate all’eccesso – che finiscono con l’occuparsi più di simboli e indignazione performativa che di un’analisi approfondita dei fatti sul terreno.
E mentre la stampa internazionale discute sul modo migliore per rispondere alla crisi venezuelana — bilanciando diritto internazionale, diritti umani e geopolitica — le piazze italiane hanno offerto uno spettacolo che molti commentatori definiscono più ideologico che informato, fatto di slogan pronti all’uso e interpretazioni semplificate della realtà.
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