Una serie di report usciti in questi giorni mostrano una panoramica sorprendente e, allo stesso tempo, inquietante del rapporto che hanno gli italiani con il lavoro.
In questi giorni sono usciti alcuni rapporti che, se messi assieme, offrono una panoramica allo stesso tempo sorprendente e inquietante del rapporto che hanno gli italiani con il lavoro.
Il primo è il Workplace Report 2023 di Gallup, secondo il quale in Italia solo il 5% dei lavoratori sarebbe coinvolto nel proprio lavoro, ovvero gli piace quello che fa e cerca di farlo bene. Stiamo parlando di una persona su venti. Una percentuale drammatica, che pone l’Italia tra gli ultimi posti al mondo e ultima in Europa.
Non che sia una sorpresa: il dato è solo leggermente migliore di quello dell’anno scorso. Così come solo lievemente migliori sono i dati globali. La media mondiale di persone “engaged” al lavoro nel mondo è del 23%: meno di una persona su quattro. E gli altri? Il 59% è un “quiet quitter”: si limita cioè a fare quanto richiesto lavorando solo in maniera passiva, facendo il minimo e senza cercare di migliorare le cose o sé stesso, mentre il 18% è così scontento da mostrare la sua frustrazione sul posto di lavoro e persino danneggiare quello dei colleghi.
Per l’Italia non abbiamo questi ultimi due dati, ma con ogni probabilità non sono rassicuranti. D’altronde, tra gli italiani coinvolti nell’indagine quasi uno su due (46%) ha detto di essersi sentito stressato il giorno precedente sul posto al lavoro, mentre una persona su dieci (11%) di aver provato rabbia. Nel confronto con le medie globali (rispettivamente 44% e 21%) gli italiani paiono stressati ma meno rabbiosi. Probabilmente perché sono rassegnati: solo il 20% di loro pensa che sia un buon momento per cambiare lavoro, di nuovo all’ultimo posto in Europa. Tutto sembra quindi indicare che il nostro Paese abbia il record di “quiet quitter” in Europa se non forse nel mondo.
Di solito quando si leggono questi dati, si tende a pensare che trovino origine in organizzazioni mal gestite, gerarchiche, burocratizzate, se non addirittura tossiche, cioè che richiedono livelli di performance eccessivi e opprimenti. Tuttavia, a guardare altri tipi di rapporti, non sembra che gli italiani siano così impegnati e assillati dal lavoro come a volte piace raccontare.
Secondo i dati del rapporto Digital 2023 di WeAreSocial, gli italiani che si connettono a Internet sono l’86% della popolazione adulta totale, e vi spendono ben 5 ore e 55 minuti al giorno, quasi perfettamente divisi tra PC e smartphone. Di queste quasi sei ore, 1 ora e 48 minuti sono spesi sui social network (incluse app di messaggistica come Whatsapp) e 1 ora e 22 minuti sui giornali on-line: il resto viene speso per “informarsi” su vari siti. A tutto ciò, vanno aggiunte 3 ore e 13 minuti passate davanti alla televisione, 1 ora e 5 minuti ad ascoltare musica in streaming, 1 ora e 10 ad ascoltare la radio, 32 minuti a seguire podcast, e 48 minuti a giocare a videogiochi su console.
Ora, se si considera che diversi tipi di lavori e impegni impediscono fisicamente o quasi di navigare su internet (difficile stare su Facebook mentre si è in fabbrica o guardare un video on-line mentre si fa la spesa o si pulisce casa) e che l’utilizzo di internet e dei social media diminuisce e non aumenta nei weekend e in particolare la domenica, c’è un’ottima probabilità che negli uffici molti passino una consistente parte del loro tempo a “surfare” in rete o a “scrollare” sullo smartphone.
L’espressione “La gente non vuole più lavorare” che si sente spesso nei bar o nelle conversazioni tra amici, è quindi forse in qualche modo vera, solo che non dovrebbe essere rivolta tanto a chi non lavora: chi ha un posto di lavoro spesso è il primo a non voler lavorare! L’unica vera differenza è forse che quest’ultimi si sentono obbligati a farlo, in trappola, e cercano perciò da una parte di “vendicarsi” sottraendo quanto più tempo possibile a questa detestabile imposizione, dall’altra di giustificare la propria sofferenza con una retorica di stampo etico se non moraleggiante.
Non sempre però queste persone sopportano quietamente la propria condizione sofferente al lavoro, sfogando la loro frustrazione nel “tempo libero” o nella retorica del duro lavoro. Sempre di più le persone trovano il coraggio di lasciare il loro lavoro. Secondo i dati del Ministero del lavoro, nel 2022 in Italia le dimissioni volontarie sono state 2,2 milioni, con un trend di crescita del 13,8% rispetto al 2021 a del 27,6% rispetto al 2019. Rimangono comunque relativamente pochi quelli che si decidono a fare il “grande passo”. Secondo il network FiorDiRisorse, oltre due lavoratori italiani su tre vogliono lasciare il loro posto di lavoro o stanno per farlo.
Tuttavia, come dimostra il calo sia dei disoccupati che degli inattivi nello stesso periodo, quasi mai queste persone si ritirano dal lavoro, ma anzi lo cambiano. Secondo l’Osservatorio HR Innovation Practice degli Osservatori Digital Innovation, il 41% dei lavoratori che hanno cambiato impiego nell’ultimo anno sembra si sia pentito della scelta fatta. Dati simili si stanno osservando negli Stati Uniti, tanto che il fenomeno della “Great resignation”, così raccontato nel post-pandemia, è stato rimpiazzato con il cosiddetto “Great regret”: il grande rimpianto.
Come si spiegano questi dati? Forse col fatto che, nonostante a parole e forse perfino nelle convinzioni le persone abbandonino i propri posti di lavoro per via di ambienti di lavoro tossici, capi intolleranti e prevaricatori, mancanza di opportunità di carriera, impossibilità di coniugare vita e lavoro, in realtà probabilmente c’è qualcosa di più profondo; qualcosa che ha a che fare col senso del lavoro. Non tanto quindi col lavoro in sé, ma col significato che ha; con come viene definito, raccontato e quindi praticato, cioè come uno spiacevole obbligo; qualcosa di indesiderabile ma che deve essere fatto non solo per procurarsi da vivere, ma anche per essere rispettati.
Quel diffuso stress che le persone sentono al lavoro, quindi, potrebbe provenire almeno in parte dal senso di colpa nel riscontrare di essere poco produttivi, e nello sforzo di cercare di rimanere concentrati e di sottrarsi alle sempre più assillanti fonti di distrazione. Un modo per farlo sarebbe quello di riempire il tempo proprio e altrui con compiti inutili o poco produttivi, come indire riunioni, mandare e-mail, produrre report su report, aumentare i controlli, i monitoraggi e le supervisioni. Controlli che finiscono per aumentare ancora di più la pressione sulle persone e rendere più attraente la distrazione, innescando un circolo vizioso.
Gli occupati frustrati, insomma, ci sono e sono tanti. E probabilmente lo sono forse proprio perché poco produttivi, ma non possono ammetterlo. Anzi, per giustificare la loro condizione sofferente devono dire e far sapere al mondo che lavorare è un obbligo, e che se qualcuno non lo fa sta infrangendo le regole, ed è una sorta di pigro sfruttatore. A volte – forse per un sovrappiù di insicurezza e senso di colpa – si dicono pure sempre impegnatissimi, e professano di amare molto il proprio lavoro, salvo poi sorprendersi o essere sorpresi in un attivismo tanto febbrile quanto vuoto.
“La gente non ha più voglia di lavorare” è stato per decenni se non secoli lo slogan snob e un po’ ipocrita di chi supporta il culto del lavoro, per cui esso “nobilita l’uomo” e quindi dovrebbe essere fatto con quanto più trasporto e dedizione possibile. Dalla pandemia in poi però qualcosa è però cambiato, e questo slogan è stato liberato dalla sua connotazione colpevolizzante dando vita a una nuova retorica, che dipinge il lavoro come qualcosa da cui dovremmo liberarci, e che dovremmo cercare di fare sempre più alle nostre condizioni (si pensi alla forte richiesta di smart-working) e a tendere sempre meno (per esempio con la settimana corta).
Ma forse la verità, come sembrano indicare i dati, è che nessuno vuole davvero liberarsi del lavoro: tutti vogliono lavorare, ma lavorare bene. Il lavoro in fondo non è un diritto né un dovere: è un’esigenza. Dobbiamo farlo per sopravvivere, certo, ma anche per vivere pienamente. D’altronde, il lavoro è al centro delle nostre vite sia private che pubbliche, essendo allo stesso tempo quello che facciamo per la maggior parte del nostro tempo da svegli e il perno del patto sociale tra individuo e comunità. Il guaio, però, è che oggi non sappiamo nemmeno bene cosa sia. Bisognerebbe quindi partire da una sua ridefinizione per trovare e praticare un nuovo modello di società: un nuovo modo di stare insieme.

