Il caso è arrivato alla Corte Suprema, che ha confermato le condanne emesse dall’Audiencia di Santa Cruz de Tenerife.
La sezione penale della Corte Suprema ha confermato le condanne emesse dall’Audiencia di Santa Cruz de Tenerife nei confronti di un uomo, di suo figlio e della compagna di quest’ultimo, rispettivamente a 7, 4 e 2,5 anni di carcere. Sono stati riconosciuti colpevoli dei reati di sottrazione fraudolenta di beni aggravata, insolvenza punibile, amministrazione sleale e truffa aggravata, oltre a essere condannati al pagamento di 180.000 euro a due ex soci che avevano venduto loro le proprie società.
I fatti
I fatti risalgono a maggio 2013, quando i proprietari di due società commerciali in difficoltà economiche si rivolsero a un intermediario che li mise in contatto con un presunto gruppo di investitori, specializzato nell’acquisto di aziende in crisi per risanarle.
L’intermediario ricevette 25.000 euro per il suo servizio e li presentò a uno dei condannati, il quale, fingendo solidità finanziaria e qualificandosi come amministratore di un’impresa, promise di mantenerli come dipendenti e liberarli dagli obblighi di garanzia.
La vendita
L’accordo di vendita fu siglato nel giugno 2013, con l’impegno da parte del nuovo proprietario di assumersi ogni debito pregresso. Il prezzo di vendita fu di soli cinque euro, nonostante l’anno precedente le aziende avessero un bilancio di 2,3 milioni di euro.
Il nuovo proprietario concesse al figlio poteri speciali per disporre liberamente del patrimonio delle società, mentre gli ex proprietari furono convertiti in dipendenti.
Le frodi
Anziché risanare le imprese, i nuovi proprietari iniziarono a depauperarne progressivamente il patrimonio a proprio vantaggio, causando danni economici agli ex proprietari e ai creditori.
La compagna del figlio creò una società unipersonale con un capitale sociale di 3.100 euro per trasferire i beni delle società acquistate. Tra questi, una nave industriale fu ceduta per 430.000 euro nel tentativo di eludere futuri pignoramenti.
Un processo simile fu seguito per un’altra nave industriale (85.000 euro), un’abitazione con garage (128.000 euro), un terreno agricolo (50.000 euro) e veicoli (15.700 euro), importi che non vennero mai pagati. Successivamente, i nuovi proprietari vendettero una delle società a imprenditori ignari della reale situazione economica.
Conseguenze
Infine, enti finanziari e l’agenzia tributaria emisero pignoramenti per un totale di 153.000 euro, di cui dovettero farsi carico i denuncianti.
Davanti alla Corte Suprema, i condannati sostennero senza successo che i loro diritti alla tutela giudiziaria e alla presunzione di innocenza erano stati violati. Dichiararono anche di aver estinto progressivamente i debiti delle società acquisite, argomentazione respinta dalla Corte.
La sentenza
La Corte Suprema ha rigettato la richiesta di considerare tutti i reati come un’unica frode, ritenendo che si trattasse del cosiddetto “truffa del Nazareno”, che implica una vendita rapida e a basso prezzo di beni, con conseguenti insolvenze.
La Corte ha inoltre confermato che i fatti costituivano attività fraudolente di disposizione di beni, con danni economici rilevanti a beneficio del principale condannato, che ha agito in modo sleale.
La sentenza finale conferma che i venditori cedettero le loro società sulla base della promessa che, entro tre mesi, sarebbero stati liberati dagli obblighi personali di garanzia. Tuttavia, la vendita del 95% delle azioni per soli cinque euro, nonostante il valore delle aziende, dimostra che i venditori confidavano in un accordo che non è stato rispettato, malgrado fosse formalizzato negli atti pubblici.

