L’ambizioso progetto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) per incentivare la mobilità elettrica in Italia rischia di naufragare. Dei 640 milioni di euro messi a disposizione per la costruzione di una rete di 18.000 colonnine di ricarica, solo 96 milioni sono stati assegnati. Le previsioni si sono drasticamente ridimensionate: se tutto andrà come previsto, saranno realizzate appena 3.800 colonnine, un risultato ben lontano dalle attese.
I dati, forniti da aziende e associazioni di categoria, evidenziano il fallimento dei bandi promossi dal ministero dell’Ambiente. La cifra rimasta inutilizzata ammonta a circa 500 milioni di euro, una somma considerevole che il governo Meloni rischia di dover restituire all’Unione Europea.
Il fallimento del primo bando del 2023
Il primo bando per la costruzione delle colonnine risale al 2023, ma è stato un clamoroso insuccesso. “C’erano limiti troppo stringenti sul numero minimo di colonnine da realizzare in ogni area geografica, anche in quelle dove la domanda era praticamente inesistente,” spiega Eugenio Sapora, general manager di Electra, una delle principali aziende beneficiarie dei fondi. La sua società, che ha ottenuto 12 milioni di euro per costruire 700 punti di ricarica ultraveloce, rappresenta un caso raro di successo in un contesto di generale disinteresse.
Tra le cause del flop, Sapora indica i tempi di realizzazione troppo brevi imposti dal Pnrr, la difficoltà nell’individuare aree idonee e la riluttanza degli operatori a investire in regioni, soprattutto del Sud, dove la mobilità elettrica stenta a decollare.
I nuovi bandi del 2024
Di fronte alle critiche, il ministero ha rivisto le regole, pubblicando due nuovi bandi nel 2024. Sebbene abbiano registrato una maggiore partecipazione, i risultati sono stati deludenti. In alcune aree come Lombardia e Alto Adige – dove la domanda è sostenuta dal turismo, specie quello proveniente dalla Germania – i lotti sono stati rapidamente assegnati. Tuttavia, in regioni come Calabria e la provincia di Matera, le adesioni sono state inesistenti.
Il terzo bando, reso più flessibile, ha cercato di attirare ulteriori operatori, ma il tempo a disposizione per la presentazione delle offerte è stato troppo breve. Anche in questo caso, la partecipazione è rimasta sotto le aspettative.
La corsa contro il tempo: il nodo del 2025
Il vero problema è la scadenza fissata dal Pnrr: entro la fine del 2025, tutte le colonnine finanziate non solo dovranno essere costruite, ma anche attivate. Questo ultimo passaggio, tuttavia, dipende dagli operatori della rete elettrica, una variabile che sfugge al controllo delle aziende vincitrici dei bandi. “Se riusciremo a utilizzare anche solo metà dei fondi assegnati, sarà già un risultato straordinario,” ammette Sapora.
Che fine faranno i fondi avanzati?
Con oltre mezzo miliardo di euro rimasti inutilizzati, il governo deve decidere come agire. Tra le opzioni sul tavolo c’è la possibilità di pubblicare un ulteriore bando, sebbene i precedenti fallimenti non lascino molte speranze. L’altra strada, più probabile, è quella di dirottare i fondi verso altri progetti del Pnrr, così da evitare il rischio di restituirli a Bruxelles.
Fonti del ministero dell’Ambiente confermano che il tema sarà al centro delle prossime negoziazioni con l’Unione Europea per una rimodulazione dei fondi. Tuttavia, l’idea di insistere su un nuovo bando non sembra riscuotere consenso, visti i risultati finora ottenuti.
Nel frattempo, l’Italia rimane indietro rispetto ad altri paesi europei nella transizione verso la mobilità elettrica, con una rete di infrastrutture ancora insufficiente. I 60.000 punti di ricarica attualmente presenti coprono il territorio in modo disomogeneo e solo una minima parte – circa il 6% – è rappresentata da colonnine ultraveloci.
Il rischio concreto è che, al netto delle buone intenzioni, l’Italia perda un’occasione unica per accelerare la svolta elettrica e rimanga fanalino di coda nella corsa europea alla sostenibilità.

