Per settimane, Paola Pravadelli avrebbe spiato la vita domestica di Alex Britti servendosi di un baby monitor avanzato, uno di quei dispositivi pensati per vigilare sui neonati nelle culle, ma che in questo caso è stato trasformato in uno strumento di sorveglianza. L’apparecchio, dotato di videocamera e microfono con accesso remoto via internet, le consentiva di ascoltare e osservare in tempo reale cosa accadeva nell’abitazione del cantautore romano. L’intento, secondo quanto riportato dall’edizione romana del Corriere della Sera, era quello di raccogliere elementi da presentare nel processo civile per l’affidamento esclusivo del loro figlio di otto anni.
Difesa dall’avvocata Luisa De Martino, Pravadelli avrebbe voluto dimostrare che Britti era coinvolto in una nuova relazione, nella speranza di rafforzare la propria posizione in tribunale. Ma il piano si è ritorto contro di lei: dopo l’acquisizione del materiale, il giudice ha trasmesso gli atti alla procura. La PM Caterina Sgrò ha formulato l’accusa di interferenze illecite nella vita privata, e ne ha chiesto — e ottenuto — il rinvio a giudizio. Il bambino è nato nel 2017, ma la coppia si è separata nel 2019.
Cosa sarebbe accaduto se a controllare fosse stato l’uomo?
Immaginiamo, ora, scollegandoci dal caso specificio, che i ruoli fossero stati invertiti. Un uomo che controlla a distanza la casa della sua ex compagna, installando dispositivi per monitorarne parole, movimenti e incontri. La reazione pubblica sarebbe stata immediata e durissima: si sarebbe parlato di abuso, ossessione, controllo patriarcale. Sarebbe stato accusato di stalking, descritto come un manipolatore e potenzialmente pericoloso. Invece, quando queste strategie — gravi e illegali — vengono messe in atto da una donna, spesso la narrazione si fa più morbida, quasi giustificatoria: si sottintende che agisca “per amore del figlio”, o “per disperazione”.
Questa disparità di percezione è un segno evidente del doppiopesismo che ancora permea il dibattito pubblico sui rapporti uomo-donna. La tutela della privacy e della libertà individuale dovrebbe valere per chiunque, indipendentemente dal genere. Giustificare certe azioni solo perché compiute da una madre è pericoloso, non solo perché mina i principi di equità e legalità, ma anche perché perpetua un’idea distorta della giustizia e dei ruoli genitoriali. Se vogliamo davvero parlare di parità, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere le stesse responsabilità — e le stesse colpe — a uomini e donne.

