Perché quasi metà dell’oro italiano si trova negli Stati Uniti?
È una conseguenza storica degli accordi di Bretton Woods del 1944, che legavano i tassi di cambio internazionali al dollaro, convertibile in oro. In quel contesto, custodire i lingotti a New York era sinonimo di sicurezza. Anche dopo il collasso del sistema nel 1971, deciso dal presidente Richard Nixon, Germania e Italia non hanno modificato le loro scelte. La Francia, invece, aveva anticipato la mossa americana ritirando le proprie riserve per timore di un crollo del sistema monetario globale.
Nel Bundestag tedesco e in ambienti istituzionali italiani cresce ora la preoccupazione. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, si teme che l’ex presidente – noto per il suo approccio muscolare alle istituzioni – possa interferire con l’autonomia della Federal Reserve e limitare l’accesso delle banche centrali europee all’oro custodito negli Stati Uniti.
Già nel 2013 la Bundesbank aveva avviato un rimpatrio parziale, riportando a Francoforte 674 tonnellate di lingotti da New York e Parigi. «Dobbiamo chiederci se oggi custodire l’oro all’estero sia ancora sicuro. La risposta è evidente», ha dichiarato l’ex deputato conservatore Peter Gauweiler. In caso di crisi, infatti, ciò che conta davvero è avere il controllo fisico delle riserve.
Anche in Italia il tema è stato oggetto di dibattito. Prima di diventare premier, Giorgia Meloni sosteneva apertamente il rimpatrio dell’oro. Ma oggi, il suo partito appare più prudente: «La posizione geografica delle riserve ha solo un’importanza relativa», ha dichiarato Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. «L’oro italiano è custodito da un alleato storico e affidabile».
Tuttavia, l’instabilità geopolitica e la crescente assertività della nuova amministrazione americana stanno spingendo sia Roma che Berlino a valutare scenari alternativi per proteggere le proprie riserve auree da eventuali pressioni o restrizioni future.

