Alle Isole Canarie il malcontento serpeggia. Negli ultimi mesi, una parte della popolazione locale ha alzato la voce contro il turismo di massa. A farne le spese sono anche alcuni cittadini stranieri, in particolare italiani e inglesi, che vivono stabilmente sulle isole o vi possiedono seconde case. Sui social circolano episodi di intolleranza, scritte sui muri, campagne ostili. Non mancano atti vandalici contro strutture balneari, affittacamere e auto a noleggio. L’atmosfera si è fatta pesante.
Dietro questa rabbia ci sono preoccupazioni reali: l’aumento del costo della vita, l’accesso sempre più difficile alla casa per i residenti, i problemi ambientali e la sensazione – spesso fondata – che le priorità siano dettate da logiche estranee alla vita quotidiana degli isolani. È lecito ascoltare queste voci. Ma è altrettanto doveroso richiamare la realtà dei fatti.
Le Canarie vivono di turismo. Senza l’indotto dei visitatori, senza gli alberghi, i ristoranti, i voli low-cost, gli affitti brevi, gran parte dell’economia dell’arcipelago si fermerebbe. Con essa, migliaia di posti di lavoro. Per molti giovani residenti, il turismo resta l’unica fonte di reddito stabile. Pensare di rinunciarvi o di ridurlo drasticamente, senza avere un piano alternativo concreto, non è un’utopia: è un salto nel vuoto.
Colpire i turisti o chi ha scelto di investire alle Canarie – che siano inglesi, italiani o tedeschi – non è la soluzione. È un errore culturale, prima che economico. Quelle persone non sono il nemico: sono parte del tessuto ormai internazionale di queste isole. E spesso contribuiscono, con discrezione, alla vita sociale, al commercio locale, alla tenuta economica di interi paesi.
Serve una regolamentazione seria del settore turistico, certamente. Servono politiche per tutelare i residenti, contenere gli affitti e proteggere il territorio. Ma ciò che non serve, e che va denunciato con forza, è l’intolleranza. Colpire chi viene da fuori è facile. Ma è anche, come la storia insegna, il primo passo verso la decadenza.

