PALERMO /ITALIA. Cara ragazza di Palermo, sono il padre della vittima del tristemente noto “stupro di Capodanno” di Roma, e ti scrivo per appoggiarti. Hai fatto bene a reagire contro chi, sui social, ha facilmente concluso che a “una come te” è “normale” che capiti; e di suicidio – purtroppo – non hai parlato a sproposito. Ma ti scrivo anche per avvertirti: sei sola, perché gli altri non capiscono. Ci sono cose che pensiamo non ci toccheranno mai, come se potessero capitare solo ad altri, ma poi irrompono e devastano la vita; e ti fanno capire cosa vuol dire veramente essere violato in tutto il tuo essere. Prendo quindi la penna, sei tu che mi hai dato il coraggio. Scrivo per spiegare anche per te a tutti – a ognuno di noi quando viene sfiorato da pensieri come “ma in fondo se l’è voluta”, “ma era provocante”, “ma cosa sarà mai?” – il calvario di un essere spezzato nella sua dignità.
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