La pasta italiana, simbolo del Made in Italy nel mondo, è finita nel mirino del Dipartimento del Commercio statunitense. Dopo un’indagine antidumping, Washington ha annunciato l’intenzione di imporre un dazio punitivo fino al 107% sulle importazioni di pasta provenienti dall’Italia. Una misura che, se confermata, scatterebbe dal 1° gennaio 2026 e potrebbe compromettere seriamente uno dei mercati esteri più importanti per il settore agroalimentare italiano.
Secondo le autorità americane, alcune aziende avrebbero venduto pasta a prezzi inferiori rispetto al valore di mercato, pratica che negli Stati Uniti viene considerata concorrenza sleale. A essere colpite sarebbero tredici imprese italiane, tra cui marchi noti come La Molisana e Garofalo, oggetto di indagine diretta. Il Dipartimento del Commercio sostiene che le due aziende non avrebbero fornito alcune informazioni richieste, interpretando la mancata risposta come una violazione procedurale. Tuttavia, la misura non riguarda solo loro: il dazio verrebbe applicato anche ad altri produttori non coinvolti direttamente nell’inchiesta, come Barilla, Rummo, Pastificio Liguori, Agritalia, Antiche Tradizioni di Gragnano e Sgambaro, tra gli altri.
Le associazioni di categoria e il governo italiano hanno reagito con preoccupazione. «Si tratta di modalità inaccettabili, soprattutto in un momento in cui si tenta di ristabilire relazioni commerciali equilibrate tra Europa e Stati Uniti», ha commentato Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia. Anche la Farnesina è intervenuta formalmente nel procedimento, dichiarandosi “parte interessata” per sostenere le aziende italiane e favorire un dialogo diplomatico.
A rendere il caso ancora più paradossale è la sua origine: una delle due società statunitensi che hanno segnalato il presunto dumping sarebbe la Winland Foods, un gigante del settore alimentare controllato dal fondo di investimento Investindustrial, lo stesso che detiene partecipazioni significative in aziende italiane come La Doria. In pratica, un “fuoco amico” partito da ambienti vicini agli stessi produttori colpiti dal provvedimento.
Per alcuni colossi come Barilla, che già possiedono stabilimenti negli Stati Uniti, l’impatto dei nuovi dazi potrebbe essere mitigato dalla produzione locale. Ma per la maggior parte dei pastifici italiani, il rischio è concreto: la pasta made in Italy diventerebbe troppo costosa per il mercato americano, con effetti potenzialmente devastanti su esportazioni, occupazione e immagine del settore.
Mentre Roma lavora alla via diplomatica, resta aperta la questione di fondo: la tutela dei prodotti italiani in un contesto internazionale sempre più competitivo e protezionista. La battaglia sulla pasta, emblema della nostra identità culinaria, potrebbe diventare il simbolo di un nuovo scontro commerciale tra Europa e Stati Uniti.

