Se la Corte d’Appello di Brescia dovesse accogliere l’istanza di revisione del processo per l’omicidio di Chiara Poggi, e se Alberto Stasi venisse dichiarato innocente, si aprirebbe un nuovo scenario: quello del risarcimento per errore giudiziario. Non si tratterebbe di semplice ingiusta detenzione – che prevede un indennizzo massimo di 500.000 euro calcolato in base ai giorni passati in carcere (circa 235 euro al giorno) – ma di una riparazione ben più ampia, in grado di coprire anche i danni morali, psicologici ed economici subiti.
Secondo una prima stima, qualora la revisione andasse a buon fine, Stasi potrebbe avanzare una richiesta di risarcimento tra i 3 e i 4 milioni di euro. Un conteggio che comprende i quasi dieci anni già trascorsi in prigione, le spese legali sostenute (incluse quelle per la revisione del processo), i danni esistenziali, e le somme versate alla famiglia della vittima in sede civile: 850.000 euro che, secondo quanto riportato, Stasi avrebbe pagato indebitandosi.
Una revisione non scontata
Perché si possa arrivare alla revisione, la legge impone requisiti rigorosi: occorrono nuove prove o nuove valutazioni di prove già acquisite che portino a conclusioni diverse rispetto al processo originale. Oppure, può essere invocata una sentenza sopravvenuta che incida direttamente sui presupposti della condanna.
«È una forma di appello straordinario, concessa in nome di un principio di giustizia sostanziale», spiega l’avvocato Marco Biagioli, del foro di Grosseto. «Lo Stato di diritto non può accettare verità assolute e irreversibili, specie se emergono elementi capaci di rovesciare il quadro probatorio».
Il dolore di una madre
Nel frattempo, Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, continua a difendere a spada tratta l’innocenza del figlio. In un’intervista a La Stampa, si dice «sconvolta» dalle ultime notizie emerse nell’ambito delle indagini: «È uno schifo, mi dispiace usare questa parola, ma è così. Quello che sta venendo fuori è allucinante». Per lei, non ci sono dubbi: «Alberto è sempre stato innocente e la verità, finalmente, sta emergendo».
La donna esprime anche amarezza per alcune figure coinvolte nel caso. Quando le viene fatto notare che Luciano Garofano, ex comandante del RIS che all’epoca escluse la rilevanza di un’impronta (la numero 33), oggi fa parte del collegio difensivo di Andrea Sempio, replica con durezza: «Sì, me ne sono accorta. È sempre la stessa compagnia, uniti contro Alberto fin dall’inizio».
Un’indagine a senso unico?
Per la famiglia Stasi, il processo sarebbe stato condotto a senso unico, senza esplorare piste alternative. E proprio su Sempio, più volte indicato dalla difesa come possibile altra pista investigativa, Elisabetta Stasi afferma: «Non voglio nemmeno sentirlo nominare. Di lui non parlo. Punto».
Infine, parole di rispetto ma anche distanza nei confronti di Rita Preda, madre di Chiara Poggi: «Capisco il suo dolore, è immenso. Nessun genitore dovrebbe seppellire un figlio. Ma non comprendo tutta questa ostilità verso di noi. È qualcosa che fa male».

