PEDRO SÁNCHEZ NO RICONOSCE L’INTERVENTO USA IN VENEZUELA
La dichiarazione del presidente del Governo spagnolo Pedro Sánchez, secondo cui la Spagna non riconoscerà l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, ha suscitato non poche perplessità e ironie, soprattutto tra chi da anni denuncia le gravi responsabilità del regime chavista.
Nel tentativo di ergersi a paladino del diritto internazionale, Sánchez sembra infatti dimenticare un dettaglio non secondario: Nicolás Maduro governa il Venezuela come un dittatore, dopo elezioni contestate, con oppositori incarcerati, stampa imbavagliata e milioni di cittadini costretti a fuggire dal Paese.
Il paradosso politico
Il premier spagnolo afferma di non riconoscere Maduro, ma allo stesso tempo condanna qualsiasi azione che possa porre fine al suo regime, finendo di fatto per garantirgli una copertura politica indiretta. Una posizione che molti osservatori definiscono quantomeno contraddittoria: si condanna il dittatore a parole, ma lo si protegge nei fatti.
Il risultato è un messaggio ambiguo: difendere la legalità internazionale sì, ma a senso unico, mentre si ignora il dramma quotidiano di un popolo schiacciato da anni di socialismo autoritario, inflazione fuori controllo, povertà estrema e repressione sistematica.
I venezuelani dimenticati
Nelle parole di Sánchez non c’è quasi traccia delle milioni di vittime del regime chavista, dei venezuelani emigrati, dei prigionieri politici o delle denunce delle organizzazioni internazionali sui diritti umani. Tutto viene ridotto a una questione di equilibri diplomatici, come se la tragedia venezuelana fosse un dettaglio secondario.
Una posizione che fa discutere
Mentre gran parte della comunità internazionale riconosce il fallimento totale del modello socialista imposto a Caracas, la linea del governo spagnolo appare sempre più ideologica e distante dalla realtà, alimentando critiche anche all’interno dell’Unione Europea.
Alla fine, la dichiarazione di Sánchez rischia di passare alla storia non come un atto di difesa del diritto internazionale, ma come l’ennesimo esercizio di equilibrismo politico, dove il rispetto delle regole pesa più della libertà di un intero popolo.
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