Nell’aria che respiriamo, nelle impronte che lasciamo con i piedi e nell’acqua con la quale ci laviamo le mani. E non sono frammenti di materiale genetico qualunque. Sono le doppie eliche caratteristiche di ciascuno di noi. Con le quali possiamo essere identificati per nome e cognome. I ricercatori dell’università della Florida erano partiti per la solita campagna di caccia al Dna ambientale. Con questo termine si intende la ricerca di tracce genetiche degli animali che popolano un ecosistema. Prendendo dei campioni di terra o di acqua è possibile risalire alle specie che sono passate di lì lasciando in giro frammenti di cromosomi.
Più cercavano specie selvatiche, più i ricercatori trovavano Dna umano. Alcuni di questi campioni – hanno spiegato poi su Nature – sono di qualità talmente alta da poter permettere l’identificazione dell’essere umano che li ha lasciati, la sua genealogia e la sua predisposizione a determinate malattie.
La scoperta può avere ricadute positive: nelle acque reflue ci sono le tracce delle nostre malattie, perfino la presenza di mutazioni che predispongono al cancro potrebbe essere rilevata in tempi rapidi. Un archeologo si può far guidare dalla presenza di Dna antico nel terreno verso siti finora inesplorati e la scientifica riuscirebbe a ottenere prove schiaccianti con maggior semplicità. Ma queste tracce inaspettate della nostra presenza mettono anche a rischio la privacy.

