Tamara Raya, segretaria generale del PSOE di Tenerife, ha difeso lunedì 12 in Parlamento l’introduzione di una tassa turistica finalizzata, che escluda dal pagamento i residenti delle Canarie. Secondo quanto esposto, l’obiettivo è redistribuire in modo più equo la ricchezza generata dal turismo e compensarne gli impatti sociali e ambientali.
Durante il suo intervento, Raya ha evidenziato come l’attuale modello economico, fortemente basato sul turismo di massa, stia generando disuguaglianze e precarietà lavorativa, nonostante i numeri record di visitatori. “Le Canarie sono una delle comunità autonome con i salari più bassi del Paese, proprio a causa della dipendenza dal settore dei servizi”, ha dichiarato. In questo contesto, ha proposto “un meccanismo fiscale che consenta ai cittadini di vedere benefici reali derivanti dal turismo”.
La rappresentante socialista ha chiarito che la misura non intende rifiutare il turismo, bensì introdurre uno strumento per aumentarne l’equità. “Non si tratta di rifiutare i visitatori, ma di garantire che lo sforzo venga condiviso da tutti e che i canari ottengano un ritorno concreto”, ha affermato.
Raya ha inoltre ribadito che la tassa dovrebbe avere un carattere finalizzato, ovvero che le entrate vengano destinate direttamente a investimenti in sostenibilità ambientale, servizi pubblici e miglioramento della qualità della vita nelle zone turistiche. Ha ricordato che esistono precedenti in altri paesi europei in cui è stato adottato un modello simile senza impatti sui residenti. “18 milioni di turisti all’anno. Se non sono disposti a pagare una tassa equa, forse non è questa la destinazione che stanno cercando”, ha aggiunto. “Le Canarie non si stanno manifestando contro il turismo, ma contro il fatto che i benefici vadano altrove mentre i danni restano qui”.
Il PSOE di Tenerife sostiene questa proposta dal 2019, anno in cui l’ha inclusa nel proprio programma elettorale. Da allora l’ha presentata almeno tre volte al Cabildo di Tenerife, l’ultima proprio lunedì scorso, ma è stata sempre respinta da Coalición Canaria. Nonostante ciò, il partito continua a promuoverla come uno strumento di “giustizia sociale e sostenibilità”.
Il tempismo dell’iniziativa, tuttavia, non passa inosservato. Sebbene non si tratti di una novità assoluta, questa volta la proposta arriva a pochi giorni dalla manifestazione contro il turismo di massa prevista per il 18 maggio nelle Isole Canarie. È difficile non cogliere una chiara strategia politica: strizzare l’occhio ai movimenti di protesta e capitalizzare un malcontento crescente tra una parte della popolazione. Il PSOE, invece di guidare un dibattito razionale sul futuro del modello turistico canario, sembra voler cavalcare l’onda dell’emotività, adottando misure che rischiano di compromettere seriamente il principale motore economico dell’arcipelago.
La proposta solleva infatti numerose perplessità. Il primo nodo riguarda la contraddizione economica. Se da un lato il partito tenta di guadagnare il consenso delle frange più critiche del turismo, dall’altro ignora che l’economia dell’intero arcipelago, e in particolare di Tenerife, dipende in modo predominante proprio dall’industria turistica. Oltre il 35% del PIL e una porzione significativa dell’occupazione sono legati direttamente o indirettamente a questo settore. L’introduzione di nuove imposte rischia dunque di scoraggiare i flussi turistici, con conseguenze potenzialmente molto gravi per le famiglie e le imprese che vivono di turismo.
Un ulteriore elemento critico è rappresentato dall’effetto cumulativo delle tariffe. I turisti devono già affrontare costi per l’accesso a luoghi emblematici come Masca, e presto si vedranno applicare anche un biglietto per entrare nel Parco Nazionale del Teide. Aggiungere ulteriori oneri – per quanto giustificati in nome della sostenibilità – rischia di rendere le Canarie meno competitive rispetto ad altre destinazioni del Mediterraneo, dove l’esperienza turistica è percepita come più accogliente e meno gravata da costi aggiuntivi.
C’è poi una questione comunicativa tutt’altro che secondaria. Dichiarazioni come “se non vogliono pagare, forse non è questa la loro destinazione” trasmettono un messaggio ambiguo e potenzialmente ostile. Una simile retorica rischia di danneggiare l’immagine delle Canarie come terra ospitale e accogliente, proprio in un momento in cui molte regioni si contendono i flussi turistici internazionali nel difficile contesto post-pandemia.
Un’altra debolezza della proposta riguarda l’assenza di una strategia strutturale di lungo periodo. Invece di introdurre nuove imposte, sarebbe più lungimirante puntare su una vera diversificazione economica, su investimenti in innovazione, formazione e qualità dell’occupazione turistica, oltre che su regolamenti efficaci per gestire l’overtourism. Il problema non è il numero di turisti, ma la gestione delle risorse e la distribuzione dei benefici.
Infine, resta da chiarire la gestione delle risorse già disponibili. Prima di introdurre nuove tasse, sarebbe legittimo chiedersi come vengono utilizzati i fondi pubblici già incassati grazie al turismo, e se esistono meccanismi di controllo e trasparenza efficaci. Senza garanzie concrete in questo senso, la proposta rischia di apparire come un’iniziativa di facciata, più utile a fini elettorali che a una reale trasformazione del modello economico e sociale delle Canarie.

