Con una sentenza destinata a far discutere, il TAR del Lazio ha dato il via libera al decreto del ministro della Salute Orazio Schillaci che vieta l’uso orale del cannabidiolo (CBD), equiparandolo di fatto a un farmaco stupefacente. Una decisione che ribalta l’orientamento degli ultimi anni e colpisce duramente la filiera della canapa in Italia, già messa sotto pressione da normative restrittive e interpretazioni altalenanti.
Una lunga battaglia giudiziaria
Il decreto, firmato a ottobre 2023 e sospeso in più occasioni dai giudici amministrativi, prevedeva l’inserimento del CBD a uso orale tra le sostanze soggette a controllo speciale, rendendolo accessibile solo tramite prescrizione medica, come un qualsiasi psicofarmaco. Fino ad ora, però, i ricorsi delle aziende e delle associazioni del settore avevano bloccato l’efficacia del provvedimento.
La quarta pronuncia, invece, ha cambiato le carte in tavola: il TAR ha riconosciuto la legittimità del decreto, sostenendo che il principio di precauzione giustifica la scelta del Ministero, anche in assenza di effetti psicotropi noti del CBD. In altre parole, per i giudici, la mancanza di prove certe sulla totale innocuità della sostanza giustifica un atteggiamento restrittivo da parte dello Stato.
Un principio attivo non psicoattivo, ma “sospetto”
Il CBD è uno dei principali cannabinoidi presenti nella canapa, ma a differenza del THC non ha effetti psicotropi. Negli ultimi anni è stato oggetto di numerosi studi scientifici che ne hanno evidenziato potenzialità terapeutiche in ambiti come l’ansia, l’insonnia, l’infiammazione e l’epilessia. È anche uno degli ingredienti più utilizzati in prodotti da banco come oli, capsule, tisane e integratori.
Proprio questo mercato è ora a rischio: con la sentenza del TAR, tutti i prodotti contenenti CBD a uso orale non registrati come farmaci diventano illegali. La vendita, la distribuzione e persino il possesso potrebbero essere considerati reati, salvo che avvengano in un contesto farmaceutico regolato.
La reazione della filiera: “È una decisione ideologica”
Durissima la reazione del comparto industriale e agricolo legato alla canapa, che da anni investe nella trasformazione di questa pianta in prodotti legali, sostenibili e richiesti dal mercato. Secondo le associazioni di categoria, la decisione del TAR rappresenta un colpo pesantissimo per centinaia di imprese che operano nel rispetto della legge e che ora si ritrovano all’improvviso fuori norma.
Le aziende annunciano battaglia e promettono un immediato ricorso al Consiglio di Stato. “È una decisione ideologica e miope – dichiarano alcuni produttori – che ignora le evidenze scientifiche e distrugge un settore che in altri paesi europei è in piena espansione.” Il timore più diffuso è che il divieto si trasformi in un precedente per ulteriori restrizioni, mettendo in crisi anche le coltivazioni e i prodotti non alimentari.
Tra salute pubblica e scelte politiche
La sentenza si inserisce in un contesto normativo sempre più rigido per quanto riguarda la canapa. Già con il decreto Sicurezza, il governo aveva irrigidito i controlli, limitando la vendita di infiorescenze e imponendo requisiti sempre più severi agli esercenti. Ora il giro di vite si sposta sul versante alimentare e parafarmaceutico.
Il Ministero della Salute, da parte sua, sostiene che si tratta di una misura di tutela della salute pubblica e di allineamento alle normative europee. Ma la realtà è che il quadro europeo sul CBD è tutt’altro che uniforme: in Francia, ad esempio, la Corte di Giustizia dell’UE ha più volte ribadito che il cannabidiolo non può essere trattato come una sostanza stupefacente, in assenza di effetti psicotropi.
Uno scenario incerto
La vicenda è tutt’altro che chiusa. Il ricorso al Consiglio di Stato potrebbe ancora ribaltare la decisione del TAR, come già accaduto in passato. Ma nel frattempo, la filiera è congelata: prodotti da ritirare, magazzini bloccati, investimenti congelati. Tutto mentre il mercato internazionale del CBD continua a crescere, attirando investimenti e innovazione.

