Cecilia Sala, la giornalista italiana di 29 anni detenuta dal 19 dicembre nel famigerato carcere di Evin, in Iran, ha potuto effettuare una telefonata ai suoi cari il 1° gennaio. Durante il colloquio con i genitori e il compagno, Daniele Raineri, giornalista del Post, ha raccontato la dura realtà della sua detenzione, smentendo le “garanzie” offerte dal regime sulle sue condizioni.
Nonostante gli sforzi dell’Italia, il pacco inviato dalle autorità con beni di prima necessità, libri e dolci non le è mai stato consegnato. Sala dorme su una coperta stesa a terra in una cella così piccola da non permetterle nemmeno di distendersi comodamente. Un’altra coperta le serve per ripararsi dal freddo, mentre è costretta a sopportare una luce sempre accesa, una forma di pressione psicologica che molti ex detenuti hanno descritto.
La presa di posizione dell’Italia
Il governo italiano aveva sperato in condizioni di detenzione migliori per Sala, impegnandosi a inviare oggetti per alleviare le sue sofferenze, tra cui una mascherina per schermare la luce. Tuttavia, Cecilia ha rivelato che non solo non ha ricevuto nulla, ma le sono stati anche confiscati gli occhiali da vista, rendendo ancora più difficile affrontare la quotidianità in carcere.
Una pedina nella diplomazia internazionale
La sua detenzione, ufficialmente giustificata dal regime come una “violazione delle leggi della Repubblica islamica”, sembra essere una manovra politica. L’Iran potrebbe utilizzarla come strumento di pressione per ottenere il rilascio di Mohammad Abedini Najafabani, un ingegnere iraniano arrestato a Malpensa il 16 dicembre su richiesta degli Stati Uniti.
Le condizioni di Cecilia e l’appello disperato
Durante la telefonata, Sala ha descritto uno stato di profonda prostrazione. Ha riferito di ricevere cibo, ma solo in quantità limitata, come datteri, e di avere con sé solo un elastico per capelli. Ha ribadito ai suoi familiari un accorato “fate presto”, sottolineando l’urgenza della situazione.
La Farnesina ha richiesto ufficialmente la liberazione immediata di Sala, ma trattare con un regime che utilizza la vita umana come strumento di negoziazione è estremamente complesso. La pressione sull’Italia è palpabile, e il tempo stringe mentre la giornalista continua a subire privazioni nel simbolo della repressione iraniana, il carcere di Evin.
La storia di Cecilia Sala è un monito delle difficoltà e dei rischi per chi si impegna a raccontare la verità in contesti di estrema difficoltà, e richiama l’attenzione sulla necessità di un’azione decisa e tempestiva per proteggerla.

