L’Audiencia Nacional ha riconosciuto a una residente di Gran Canaria il diritto a un risarcimento di 34.000 euro, dopo aver trascorso tre anni in custodia cautelare per un presunto reato di traffico di droga, dal quale è stata poi assolta con sentenza definitiva.
L’importo è stato calcolato tenendo conto del danno morale subito, dell’allontanamento forzato dal luogo di residenza e dalla famiglia — composta da due figli economicamente dipendenti dalla madre —, della convivenza obbligata con persone “non scelte”, della gravità del reato contestato, del lungo periodo di detenzione, del discredito sociale e delle ripercussioni psicologiche.
La difesa della donna, cittadina colombiana con regolare permesso di soggiorno e lavoro in Spagna, aveva inizialmente richiesto al Ministero della Giustizia un risarcimento di 328.500 euro alla fine del 2022. Dopo il rifiuto, ha presentato ricorso all’Audiencia Nacional, mentre l’Avvocatura dello Stato chiedeva che la domanda fosse respinta.
La questione centrale era stabilire se i 1.058 giorni trascorsi in carcere preventivo, dal 2011 al 2015, seguiti da un’assoluzione pronunciata dall’Audiencia Provincial, fossero sufficienti per ottenere un indennizzo. Il Ministero sosteneva che la sentenza non dichiarava “l’inesistenza dei fatti imputati” e che il ricorso era stato presentato oltre il termine, ritardo dovuto in realtà a un errore di registrazione elettronica.
La corte ha respinto le eccezioni procedurali, sottolineando che l’attuale normativa prevede la possibilità di richiedere un risarcimento in casi come questo, in cui un imputato viene detenuto preventivamente e poi assolto in via definitiva. L’entità dell’indennizzo deve essere commisurata alla durata della privazione della libertà e alle conseguenze personali e familiari.
Secondo la sentenza, la detenzione ha causato “un grave danno psicologico” alla donna e ai suoi familiari, con un trauma amplificato dalla consapevolezza dell’innocenza e dallo stigma sociale subito sia nell’ambito scolastico dei figli sia nella comunità. Inoltre, il carcere ha comportato “una situazione economica estremamente precaria” per l’intero nucleo familiare, impedendole qualsiasi attività lavorativa e privando la famiglia di mezzi di sostentamento.

